Giovedì 27 Febbraio 2020

Recensione

"1917": la Grande Guerra in un piano sequenza

Una immersione totale di chi guarda nello scenario evocato dalla storia, con un'impressionante sensazione di realismo e l’autentica creazione - come ha fatto notare il regista - di una danza «tra gli attori, la cinepresa e il paesaggio»,

"1917": la Grande Guerra in un piano sequenza

Il regista Sam Mendes sul set

CINEMA - «Nei prossimi giorni, caro capitano, il comando del settore Nordest ha emanato le direttive in ordine alle operazioni invernali con la testuale raccomandazione di tenere alto lo spirito combattivo della truppa e non lasciar poltrire gli uomini nell’ozio». «Caro maggiore, la sola direttiva che questi uomini hanno inchiodato in testa è quella della strada di casa. Bisognerebbe impedire alla mente di pensare e invece…».

E invece, come testimonia il serrato dialogo tra il capitano e il maggiore protagonisti di Torneranno i prati di Ermanno Olmi, uno tra i più lirici film sulla tragedia della Grande Guerra, la mente, specialmente quella dei soldati (e a dispetto dell’ottenebramento assertivo che la maggior parte dei superiori pretenderebbero da loro), si arrovella in continuazione. Non sono da meno quelle dei caporali William Schofield (George MacKay) e Tom Blake (Dean-Charles Chapman), scelti dal generale Erinmore dell’esercito britannico - nell’ultimo film di Sam Mendes (premio Oscar nel 1999 per American Beauty, l’autore degli ultimi due episodi della saga cinematografica di James Bond, Skyfall e Spectre) - come preziosi e urgenti inviati di guerra, il 6 aprile 1917, con l’obiettivo di raggiungere l’avamposto francese di Écoust-Saint-Mein e di far desistere il colonnello Mackenzie da un attacco suicida nei confronti di un nemico tedesco illusoriamente in fuga.

Come in ogni missione (e narrazione) che si rispetti, a rafforzare il valore dell’incarico c’è un piano emotivo su cui far leva: dalla consegna del messaggio nei tempi stabiliti dipenderà non soltanto la vita dei 1600 uomini componenti il secondo Battaglione del Devonshire Regiment, ma anche quella del fratello del caporale Blake, di stanza laggiù. Così ha inizio - visivamente accanto a un albero, entro una sconfinata distesa erbosa che ben presto si rivelerà un punto di bivacco e sosta per i militari inglesi - 1917, un’opera ambiziosa e monumentale che ha messo al lavoro un’infinità di tecnici e maestranze, ideata da Mendes (che ne ha scritto la sceneggiatura insieme a Krysty Wilson-Cairns) senza riferimenti storici precisi se non quelli generici del giorno dell’entrata in guerra degli Stati Uniti e dell’indietreggiamento tattico dei tedeschi lungo la linea Hindenburg, la cosiddetta Operazione Alberico.

Il regista si affida, però, ai racconti di vita militare di suo nonno, Alfred Hubert Mendes, nativo di Trinidad, nei Caraibi, e combattente in quel lontano 1917 a Poelkapelle, l’odierna provincia delle Fiandre occidentali, in Belgio; una battaglia cruenta, con molte vittime, come riportato dallo stesso Alfred nella sua autobiografia: «Nonostante i cecchini, le mitragliatrici e le granate, sono tornato al buco della C Company senza un graffio, ma con una serie di esperienze da far rizzare i capelli ai miei bisnonni e teneri incollato alle sedie i mie nipoti per notti intere».

Il nonno di Mendes era stato incaricato, ad un certo punto, di portare alcuni messaggi lungo la linea del fronte: questa, a detta del regista, la fonte d’ispirazione narrativa del film, una situazione drammaturgicamente molto adatta ad innescare una serie di azioni e reazioni da far confluire in un plot. «Le truppe britanniche - ha spiegato Sam Mendes alla rivista “Vanity Fair” - si svegliarono un mattino e i tedeschi erano semplicemente spariti. Fu un periodo di tremenda incertezza: i tedeschi si erano arresi, o solo spostati, o erano lì in attesa? […] Era una situazione drammaticamente perfetta, in cui può capitare che un generale dica che il nemico se ne è andato, che la strada è libera e che si deve procedere; mentre circa 200 metri più in là, un altro generale dice che non è affatto così, che i suoi soldati ci hanno provato la notte prima e sono morti».

Anche sulla tanto chiacchierata (e il più delle volte travisata) questione dell’uso esclusivo del piano sequenza Mendes ha sgombrato il campo da ogni equivoco, descrivendo i vari passaggi delle riprese sul set ambientato nel Regno Unito, prevalentemente a Govan, nel Wiltshire, e nella riserva naturale di Hankley Common, con l’utilizzo prevalente ma non esclusivo di questa tecnica di ripresa per conferire fluidità al racconto e favorire l’immedesimazione dello spettatore nell’incredibile esperienza dei due soldati protagonisti.

Lo scenografo Dennis Gassner, già al lavoro con Mendes nelle sue ultime pellicole, ha ricostruito circa un kilometro di trincee, adattando gli spazi ai tempi delle riprese: «Andava tutto coreografato e pensato in ogni dettaglio, anche i dialoghi; bisognava prevedere la lunghezza di ogni momento del film», hanno precisato Gassner e Mendes. «Ogni passo andava calcolato. Lo spazio doveva essere lungo quanto la scena, e la scena doveva essere lunga il giusto per stare in quello spazio. È capitato che al settimo minuto di piano sequenza qualcuno facesse finire per sbaglio un po’ di fango sulla cinepresa o, altre volte, che qualcosa che sarebbe dovuto esplodere non esplodeva. Tutto questo, magari, in una scena in cui la recitazione era stupenda e tutto il resto era andato magnificamente».

I differenti piani sequenza sono stati, in seguito, cuciti fra loro dal montatore Lee Smith, come ha confermato il produttore Callum McDougall: «È stato un film molto complicato da montare perché il procedimento con cui unire fra loro le scene, per ottenere l’effetto di un’unica ripresa e quindi mescolare tutto nel giusto modo, è stato molto elaborato, e doveva essere fatto velocemente per poter restituire a Sam un feedback immediato».

Il risultato è l’immersione totale di chi guarda nello scenario evocato dalla storia, con un'impressionante sensazione di realismo e l’autentica creazione - come ha fatto notare il regista - di una danza «tra gli attori, la cinepresa e il paesaggio», elemento non banale nell’iconografia della Grande Guerra, in genere tesa a sottolineare gli elementi di staticità di quel lungo e sfiancante conflitto di posizione (vedi l’emblematico Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, 1957, dove i combattimenti, lo strazio dei corpi, la morte, vengono accuratamente lasciati al di fuori del quadro, dominato anche visivamente da un Potere insensibile e ottuso).

Raccontare la macrostoria con la microstoria, o meglio, la grande Storia attraverso quella dei singoli, ritrasformati da numeri in persone, è stato già, del resto, appannaggio di film che hanno segnato, ciascuno con il proprio stile, delle pietre miliari nella cinematografia bellica, dal 1998 di Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg al 2017 del Dunkirk di Christopher Nolan (segnatamente per quanto concerne il racconto della seconda guerra mondiale). 1917 è quello che la cinematografia tedesca del dopoguerra chiamava “trummerfilm”, film delle macerie, dove la “no man’s land”, la terra di nessuno svuotata di uomini e senso dalla guerra viene attraversata e raccontata dallo sguardo della cinepresa, che è tutt’uno con il personaggio e - per traslato - con noi che guardiamo. Uno spazio estetico che possiede una sublime terribilità, come le vedute neoclassiche di Piranesi raffiguranti le rovine di Roma antica, o le vedute romanticamente decadenti di William Turner.

Il movimento narrativo del film è pienamente circolare e ci ritroviamo, alla fine, in un contesto simile a quello dell’incipit, consapevoli - spettatori e personaggi - che nulla sarà più come prima. Tranne, forse, la fragilità della memoria: «Finita anche questa guerra, tutti torneranno per dove sono venuti, qui sarà cresciuta l’erba nuova, e di quel che c’è stato qui, di tutto quello che abbiamo patito, non si vedrà più niente, non sembrerà più vero»

1917
Regia: Sam Mendes
Origine: Gran Bretagna, Usa, 2019, 110’
Sceneggiatura: Sam Mendes, Krysty Wilson-Cairns
Fotografia: Roger Deakins
Montaggio: Lee Smith
Musica: Thomas Newman

Cast: George MacKay, Dean-Charles Chapman, Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Andrew Scott, Mark Strong, Richard Madden

Produzione: Amblin Partners, Neal Street Productions
Distribuzione: 01 Distribution

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