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La Cassazione conferma le accuse: Caridi e gli altri tornano in carcere
La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi dei 17 imputati condannati dalla Corte dappello di Torino per associazione a delinquere di stampo mafioso. E' definitiva la sentenza del 10 dicembre 2013. Caridi e gli altri imputati alessandrini tornano in carcere
La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi dei 17 imputati condannati dalla Corte dappello di Torino per associazione a delinquere di stampo mafioso. E' definitiva la sentenza del 10 dicembre 2013. Caridi e gli altri imputati alessandrini tornano in carcere
ALESSANDRIA – La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi dei 17 imputati condannati dalla Corte d’appello di Torino per associazione a delinquere di stampo mafioso. E’ definitiva la sentenza del 10 dicembre 2013. Gli imputati al processo “Minotauro”, tra cui i sei alessandrini, tornano in carcere. L’ordine di custodia è stato eseguito dai carabinieri di Alessandria, in collaborazione con i Ros di Torino. Una sentenza che, di fatto, sancisce la presenza della ‘Ndragheta in Piemonte, la prima in questo senso.
Sono stati rinchiusi nel carcere di San Michele Sergio Romeo, Pozzolo, che dovrà ancora scontare 3 anni e 6 mesi; Bruno Pronestì, Bosco Marengo, 4 anni e 10 mesi; Domenico Persico, Sale, 4 anni e 10 mesi; Domenico Rea, Tortona, 4 anni e due mesi; Antonio Maiolo, Sale, 4 anni e 10 mesi; Giuseppe Caridi, Alessandria, ex consigliere comunale, 3 anni e 6 mesi.
L’inchiesta era nata da un’indagine dei carabinieri del Ros a seguito di intercettazioni telefoniche tra i condannati e il boss Domenico Oppedisano, che, a Rosarno, aveva ricevuto Rocco Zangrà e Michele Gariuolo, due affiliati piemontesi che gli chiedevano l’autorizzazione per aprire una nuova locale di ‘ndrangheta ad Alba e per distaccarsi da quella alessandrina attribuita Pronestì.
Nel giugno del 2011 sono stati eseguiti i primi arresti.
La sentenza di primo grado dimostra che in Piemonte era presente una vera e propria locale. Ma al termine del rito abbreviato l’8 ottobre 2012 il gup del tribunale di Torino assolve i 17 imputati, tra cui gli alessandrini, perché ritiene che il reato principale di cui erano accusati, il 416 bis, non possa essere contestato in quanto manca il metodo mafioso, “lo sfruttamento, per il raggiungimento degli scopi, delle condizioni di assoggettamento e di omertà derivanti dalla forza intimidatrice del vincolo associativo”, scrive nelle motivazioni. Un anno dopo la Corte d’Appello ribalta la sentenza, ora confermata in ultimo grado di giudizio dalla Corte di Cassazione.