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Tiberti: “è stata una rivolta per fame”
Dai racconti dei braccianti in sciopero emergono storie di vita e di sfruttamento: "Ci fanno lavorare continuamente, 8 ore per noi è solo il turno del mattino, cominciamo certi giorni alle 4. Niente ferie, niente domeniche libere". Il sindacato Cgil ha offerto assistenza legale: "temiamo sia una la punta di un iceberg". Massima attenzione da parte del Prefetto
Dai racconti dei braccianti in sciopero emergono storie di vita e di sfruttamento: "Ci fanno lavorare continuamente, 8 ore per noi è solo il turno del mattino, cominciamo certi giorni alle 4. Niente ferie, niente domeniche libere". Il sindacato Cgil ha offerto assistenza legale: "temiamo sia una la punta di un iceberg". Massima attenzione da parte del Prefetto
14:30 “E’ stata una rivolta per fame”“Quella dei braccianti di Castelnuovo è stata una rivolta spinta dalla fame, nel senso letterale del termine”. Lo sottoliena più volte Silvana Tiberti, segretario provinciale Cgil, riferendosi alla protesta dei lavoratori nell’azienda agricola del tortonese. Il sindacato “sta seguendo passo per passo, dal punto di vista legale, la vicenda. Possiamo dire che anche il Prefetto ha manifestato una grande attenzione a questo caso e, nel giro di una settimana mi auguro possano arrivare azioni concrete di risposta”. Tiberti parla di una “situazione drammatica, dal punto di vista umano: i quaranta braccianti non rivendicavano salari o diritti, ma cibo. Come prima cosa ci siamo attivati per sfamarli. Grazie all’aiuto di una cooperativa di Cuneo a alla Policoop siamo riusciti a tamponare la situazione ma tre di questi sono stati ricoverati in ospedale per sfinimento”. Il fatto che “sia stata dichiarata la sospensione imemdiata dell’attività da parte dell’ispettorato del lavoro è indice di quanto grave e compelssa sia questa dolorosa vicenda”. “Purtroppo -continua – siamo venuti a conoscenza di questa vicenda quando ormai era troppo tardi ed era già tutto accaduto. Fino a quando non sarà concesso di entrare nelle aziende agricole, come in quelle edili, per effettuare controlli, queste situazioni potrebbero ripetersi. Temiamo, anzi, che quella di Castelnuovo sia solo la punta dell’iceberg”.
Due mattine di presidio, ora si attende che la giustizia faccia il suo corso e si provveda a una soluzione, per le 40 persone di origine marocchina che hanno scioperato contro il datore di lavoro, l’azienda agricola Lazzaro, dove venivano impiegati nei campi con orari massacranti, per la paga di un euro l’ora che non veniva nemmeno corrisposta regolarmente e spesso senza contratti e permessi. Una storia di sfruttamento, raccontata dagli stessi che l’hanno subita, 30 uomini e 10 donne, qualcuno in Italia e in queste condizioni da sei anni; come Lahcen, 35 anni: “Ci fanno lavorare continuamente, 8 ore per noi è solo il turno del mattino, cominciamo certi giorni alle 4. Niente ferie, niente domeniche libere, solo ore nei campi a raccogliere verdura, nessuna assistenza sanitaria, sotto il sole qualcuno è stato male, uno ha avuto un’ernia e ha dovuto continuare a lavorare e stare zitto. Sono tre anni che non torno in Marocco a vedere moglie e figli, che fatico a mantenere perchè ci pagano poco e non regolarmente”.
Ma perchè non vi siete fatti sentire prima? “Non era possibile, individualmente ci venivano dette cose diverse, poi fare gruppo non era semplice perchè qualcuno per paura si tirava indietro”, spiega Houasine, 31 anni. “Sono partito dal Marocco, via Libia, perchè un’organizzazione mi aveva proposto un lavoro sicuro e un regolare contratto, ma non potevo immaginare che le condizioni erano queste”.
Anche le donne facevano lavori pesanti? “Come tutti, spesso poi venivamo chiamati all’ultimo momento per un’urgenza e dovevamo correre. 10 dormivano in cascina, accatastati alla meglio, non potevano nemmeno uscire”.
Siete in regola? “Non tutti”, spiega Houasine, “ma in gran parte sì. Abbiamo ottenuto il permesso versando 2500 euro al titolare, incredibile, noi abbiamo dato soldi a lui. Ma non potevamo fare altrimenti. I contratti poi erano stagionali, abbiamo lavorato anche a contratto scaduto. E a ogni rinnovo c’erano scuse per abbassare la paga. Che non ci veniva nemmeno data per intero, a molti di noi mancano anche 7000 euro. Sappiamo che ci sono anche altre situazioni simili in almeno altre tre cascine della zona. Vogliamo solo che ci venga dato quello per cui abbiamo lavorato, null’altro”.
Per il datore di lavoro, è scattata l’ammenda da 30.000 euro e la sospensione temporanea dell’attività, in attesa che poi l’indagine faccia il suo corso. La Cgil si è attivata per fare avere a queste persone la tutela legale e lo svolgimento delle pratiche per il permesso di soggiorno, così come per l’assistenza pratica, per fornire a queste persone un tetto (per coloro che vivevano accampate in cascina) e i pasti, soluzioni trovate presso la casa protetta di Castelnuovo Scrivia. Obiettivo ora è fare ottenere il riconoscimento dei diritti e l’anticipo di alcune spettanze, aprendo un tavolo con le confederazioni agricole. E intanto cresce la richiesta di aiuto e solidarietà verso questi lavoratori ridotti in condizioni di semischiavitù.