Punto politico: come si chiude la campagna elettorale in città
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Punto politico: come si chiude la campagna elettorale in città

Fine di campagna elettorale tra i veleni: irriconoscibili toni rispetto alla correttezza che caratterizzò il primo turno. Ed emergono i soliti difetti endemici della propaganda del centro sinistra e del centro destra. Ecco quali, auspicando un futuro più simile alle modalità di comunicazione del primo turno che alle bassezze della campagna verso il ballottaggio

Fine di campagna elettorale tra i veleni: irriconoscibili toni rispetto alla correttezza che caratterizzò il primo turno. Ed emergono i soliti difetti endemici della propaganda del centro sinistra e del centro destra. Ecco quali, auspicando un futuro più simile alle modalità di comunicazione del primo turno che alle bassezze della campagna verso il ballottaggio

 TORTONA – Le solite vecchie storie, i soliti difetti. L’avvelenamento dei toni nell’ultima settimana di campagna elettorale non sorprende. Anzi, la vera sorpresa è stata la serenità e serietà della situazione fino a qualche giorno dopo la chiusura del primo turno, in cui la campagna per le comunali ha avuto toni ben diversi da quelli usati dai leader nazionali in vita delle europee. In città per oltre due mesi si è parlato solo di programmi, idee, alleanze, appartenenze politiche, movimenti civici. Naturalmente con le critiche più o meno in pubblico per certi personaggi politicamente discutibili che puntualmente appaiono all’orizzonte o dietro le quinte delle varie liste, in misura paritetica nelle principali coalizioni. Con le critiche ad alcuni punti programmatici degli avversari. Ma tutto nei toni della civiltà e di un inaudito rispetto reciproco: persino ai primi comizi inaugurali, momenti in cui la propaganda abbonda e la moderazione dei toni abitualmente scarseggia, i vari candidati sindaco, segretari di partito o liste e capilista avevano parlato esclusivamente delle proprie proposte, senza praticamente fare cenno agli avversari, senza tirare fuori la solita paccottiglia ideologica del passato, ci sono stati diversi incontri pubblici tra i candidati tutti corretti, come ad esempio un ordinatissimo confronto a cinque condotto da chi scrive queste righe che ha visto tutti i candidati comportarsi con correttezza esemplare, rispettando il cronometro, rispondendo alle domande, non attaccandosi vicendevolmente né sovrapponendosi in voce, commentando pacatamente in capannelli a provenienza mista prima e dopo l’evento. insomma, una vera politica “post”, che è stata identitaria nel senso moderno del termine e concreta sui progetti, da cui molta lezione pareva tratta dall’ondata di impopolarità della politica tra i cittadini negli ultimi anni non solo a Tortona.

Ma a chi osserva la politica da qualche elezione pareva comunque inevitabile qualche forma degenerativa: conoscendo gli antichi vizi delle coalizioni e valutando la presenza dietro le quinte di molti personaggi adusi a certi metodi o a certe reazioni, qualche colpo basso era dato per certo. La storia dello scorpione, che anche se ha bisogno della tartaruga non può mutare la sua natura e la colpisce a morte, finendo anche per danneggiare se stesso, in questo caso anche solo come immagine pubblica. E proprio temendo questo, da parte degli osservatori e dei giornalisti continuavano ad arrivare lodi ai toni corretti di una campagna perfetta messa in atto da tutte le parti politiche ma anche raccomandazioni ai candidati di controllare che non uscissero bassezze da parte delle seconde linee che allignano nel sottobosco politico ammantate di ideologie decotte e di pettegolezzi; o da parte di sedicenti spin doctors che cercano nella politica di dare senso al proprio ruolo fornendo disinteressati consigli ricavati da esempi lontanissimi dalla realtà locale e per questo perniciosi; o da parte di maggiorenti capibastone che ricattano le coalizioni in virtù di qualche pacchetto di voti, ritenendo che l’unico determinante sarebbe il proprio e promettendo ritorsioni in caso di mancata considerazione; o da parte di esponenti politici che hanno fatto della propria narcisistica visibilità una ragione di vita e che per una parola concessa loro in meno sono sempre pronti a impallinare il proprio candidato offrendosi al diretto concorrente anche a liste chiuse, agendo da quinta colonna, naturalmente in cambio del giusto riconoscimento poltronistico e portando in dote il solito pacchetto di amichetti che tracciano croci ovunque il capoccino si sposti, disposti persino a tracciare la croce direttamente sulla faccia del candidato incontrandolo per strada, qualora nessuno lo mettesse in lista.

Cose sempre avvenute e che anche questa volta puntualmente si verificano. Inutile sforzarsi di vedere nel catalogo di idealtipi sociologici appena descritto le sembianze di qualcuno in particolare o un velato attacco all’una o all’altra coalizione. Tipi così esistono ovunque, in tutte le coalizioni e in tutte le città e chiunque è libero di personificarli nella propria immaginazione battezzandoli con nomi e cognomi. Si chiama, in una parola, provincialismo assoluto, politica da paese; è una modalità in cui cadono spesso anche città metropolitane, per carità, ma non fa onore a nessuno che ciò avvenga.

Esempi concreti si sono visti in questi giorni: una parte politica rilascia dichiarazioni in cui stigmatizza con nomi e cognomi il comportamento politico piuttosto ballerino e individualista di alcuni personaggi candidati o sostenitori dell’altra parte, poi rincara la dose con una lettera di pessimo gusto inviata a tutte le famiglie tortonesi in cui si invita a votare il proprio candidato in virtù di una superiorità rispetto all’altro, il quale naturalmente incarnerebbe tutti i mali possibili, adducendo elementi sul personale e sul politico in maniera veramente poco onorevole per chi li scrive e inserendo più illazioni che comprovate verità. L’altra parte replica cercando la massima risonanza possibile per la propria indignazione, cioè rifiutando un confronto giornalistico in pubblico tra i due candidati, mandando a monte con meno di 24 ore di preavviso l’unico confronto organizzato in vista della ballottaggio, con buona pace dei cittadini che avrebbero voluto sentire qualche opinione a confronto e con poco rispetto della professionalità del giornalista che avrebbe condotto l’incontro garantendo la trattazione di temi esclusivamente politici e amministrativi senza spazio per propaganda e gossip. Il palco viene così usato indirettamente per dare più visibilità alla reazione a certe insinuazioni e in questo la stessa parte politica raggiunge anche l’altro suo obiettivo, palesato da oltre una settimana anche mediante una certa riottosità ad accettare l’invito del giornalista, poi formalmente accolto salvo ritirarsi in extremis, di non trovarsi a mettere a confronto le proprie idee e proposte politiche con quelle altrui.

Fuori dalla metafora, è facile intuire in questi episodi dov’è la destra e dov’è la sinistra: se anche un lettore non fosse al corrente di quanto accaduto nei giorni scorsi, è sufficiente pensare a certe caratteristiche comportamentali che sono state endemiche alla propaganda politica della seconda repubblica, anche dopo una civilissima campagna per il primo turno, ovvero: il centro destra non ha saputo resistere alla tentazione di mettere in moto la macchina del fango e non ha voluto fare a meno di tirare fuori la solita anticaglia di riferimenti al pericolo comunista, all’immigrazione lassista, a attaccare indirettamente intere categorie professionali e a formulare attacchi all’uomo e non solo al politico, rinunciando a confutare gli argomenti concreti del programma e non facendo alcun cenno alle responsabilità delle scelte, sia positive che negative, dell’amministrazione uscente; il centro sinistra non ha mutato la propria attitudine a preferire imporsi per sommatoria di voti di liste, anche costo di creare coalizioni molto composite, che non a imporsi in virtù della comunicazione di un programma forte, a non dare massima chiarezza alle proprie idee e alle scelte magari non strettamente politiche che sottendono un’elezione, per non rischiare di fare emergere un particolare che possa scontentare qualche lista o più ancora qualche personaggio ritenuto determinante nell’aggregazione finalizzata alla vittoria, a non abbandonare una certa riottosità al confronto dialettico e alla comunicazione generalista, in virtù di un possibile complesso di superiorità del proprio destino politico.

L‘auspicio è che certi difetti antropologici vengano superati nel momento in cui le parti saranno al governo o in minoranza, altrimenti il rischio sarà comunque la palude, poiché le scelte di governo o di opposizione, con un simile retroterra di campagna elettorale e di coalizione, rischierebbero di venire fatte o per non scontentare qualcuno o per ragioni di bandiera. La campagna elettorale ha dimostrato per diversi mesi che esistono gli anticorpi per migliorare la politica e che esistono persone, tra cui proprio i cinque candidati sindaco, in grado di tenere profili alti e spiegare ciò che vogliono fare per governare la città e quali sono i loro ideali di fondo. Basterebbe lasciare loro la piena facoltà di continuare a farlo. Senza ascoltare i suggerimenti, le pressioni o i diktat di sottobosco, spindoctors, capibastone, narcisisti che spesso ottenono solo effetti boomerang. Dalla mezzanotte del 9 giugno non si gioca più con bandiere o amicizie: si deve lavorare nell’interesse della città.

 

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