I romani a Valenza e dintorni
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Pier Giorgio Maggiora  
7 Luglio 2024
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Il saggio

I romani a Valenza e dintorni

Un nuovo approfondimento sulla storia della Città del Gioiello

VALENZA – Spostandoci nelle profondità della storia antica, Roma diviene una potenza regionale di un certo rilievo all’inizio del V secolo a.C., ma gran parte della Pianura Padana viene a lungo sentita come qualcosa di distinto dal resto d’Italia. In quel tempo, il nostro territorio è percorso da gruppi di Galli-Celti che hanno varcato le Alpi – saranno vere invasioni nel IV secolo a.C. – e la cultura celtica che si è affacciata, più evoluta di quella primordiale ligure, lascerà una traccia profonda in queste aree.

La zona di Valenza, inscritta in seguito alla tribù Pollia, ormai popolata da gruppi amalgamati di celti e liguri (Galli cisalpini), cade in mano ai nuovi conquistatori romani verso l’anno 222 a.C., quando i galli (tribù Insubri e Gesati) del nostro territorio sono sconfitti a Clastidium (Casteggio) e sottomessi.

Al posto di arrecare pace, la vittoria delle legioni di Roma schiude un nuovo capitolo di lutti e prepotenze per le nostre terre. L’audace e invincibile cartaginese Annibale, pieno d’odio verso Roma, dopo un tormentato viaggio durato cinque mesi, nel 218 a.C. arriva in Italia dal Monginevro (pare) e si muove lungo la valle del Po. Le nostre genti si ribellano agli occupanti romani e si uniscono, insieme a molti altri popoli celtici cisalpini, all’esercito cartaginese, a cui forniscono notevoli provviste di risorse e di uomini. Purtroppo, stringendosi il cappio intorno al collo, divideranno con essi anche le sorti finali, perché, anche in questi tempi, com’è facile salire sull’altare si fa ugualmente in fretta a finire sul patibolo.

Un primo scontro tra l’esercito punico e quello romano, entrambi con ragguardevoli contingenti gallici, avviene dalle nostre parti sul confine dell’adiacente alla Lomellina; poi, nel novembre del 218 a.C., i romani, guidati dal console Publio Cornelio Scipione, sono sconfitti lungo il Ticino e a Piacenza e sono costretti ad abbandonare completamente la nostra zona, sottomessa a loro da poco tempo. Dopo avere reso sicura la sua posizione, Annibale dispone le sue truppe per l’inverno fra i popoli nostrani, la cui abnegazione per la sua causa comincia ben presto a calare a ragione dei costi di mantenimento dell’esercito invasore, composto da molte migliaia di uomini.

Il condottiero permane sino alla primavera del 217 a.C., quando decide di trovare una base per operazioni più protette a sud. Con le sue milizie e l’unico elefante sopravvissuto all’inverno (Surus), supera l’Appennino.

Del passaggio di Annibale dalle nostre parti sono stati reperiti concreti segni nell’area compresa fra Valenza e Casale Monferrato; qui, in un campo nei pressi di Frassineto Po, sono venuti accidentalmente alla luce zanne d’elefante e resti ossei che gli esperti hanno ritenuto appartenere al tempo in cui si svolsero gli eventi bellici in questione.

Più tardi, sconfitto Annibale e rasa al suolo Cartagine (202 a.C.), gli arroganti e cinici romani volgono nuovamente le armi contro i ribelli traditori liguri e galli-celtici, compresi quelli collocati nella nostra area, per i quali il sentimento iniziale d’invidia e di riscatto si è trasformato in rancore e odio, nuocendo così alla propria causa. Siamo di fronte a una guerra sistematica, lunga e degenerata. È peculiare la resistenza delle tribù liguri a sud dell’alessandrino, che si difendono ferocemente, uscendone come vittime o, peggio, come temerarie – Carystum, oggi Acqui Terme, centro principale della tribù ligure degli Statielli, è completamente distrutto – finché alla fine, sconfitte e disperate, chinano il capo e accettano il dominio romano.

Questa guerra, con nefandezze infinite, dura dal 193 a.C. al 155 a.C. e si conclude con un’ultima vittoria delle legioni romane guidate dal console Marco Claudio Marcello. Probabilmente, in questa fase bellica caotica, l’agglomerato valenzano assume il nome “Valentia” – Forum Fulvi quod Valentinum si credeva un tempo, erroneamente – dal magistrato e proconsole Marco Fulvio Nobiliore, vittorioso sulla tribù ligure degli Eleates nel 159 a.C., occupante anche il nostro territorio.

A Roma, questa vecchia zona gallica viene descritta da reduci e mercanti come una terra generalmente inospitale, fredda e selvaggia, cosparsa da lande deserte e foreste impenetrabili e abitata da gente cocciuta e astiosa. Dopo il controllo di Roma (vassallaggio), il nostro territorio non fa tuttavia parte dell’Italia romana, ma è considerato una provincia con un’organizzazione giuridica difforme. Tuttavia, tra il II e il I secolo a.C., Valentia, un vecchio borgo ligure con scarsa popolazione, si configura e si romanizza: una mitica palingenesi. Presumibilmente, si evolverà gradualmente, dopo la guerra sociale del 91-88 a.C., in municipia, comunità legata a Roma con un certo grado d’autonomia ma con abitanti servili ancora privi dei diritti politici goduti dai cittadini romani.

I dimoranti e le forze militari stanziate nella zona valenzana sono coinvolti nella famosa e sconvolgente Battaglia dei Campi Raudii, che viene combattuta nel 101 a.C. poco più a nord della nostra zona, alla confluenza del Sesia con il Po, nello stesso luogo in cui Annibale aveva combattuto la sua prima battaglia sul suolo italiano, una zona limitrofa all’insediamento Cimbro di Vercellae (Vercelli), fra l’esercito della Repubblica Romana, comandato dal console Caio Mario, e un forte corpo di spedizione composto da tribù germaniche di Cimbri. Questi ultimi sono totalmente sterminati, con più di 140.000 morti e 60.000 prigionieri, compresi moltissimi bambini e donne. Ma in questa terribile vicenda non tutti i vinti muoiono per mano romana: molti dei cimbri sconfitti si uccidono l’un l’altro pur di non cadere nelle mani dei romani, e parecchie donne, che hanno partecipato al combattimento, come da tradizione della tribù, tolgono la vita ai loro figli e s’impiccano ai carri posizionati ai bordi del campo di battaglia. Resta incertezza sul luogo preciso, questa è la ricostruzione offerta da Plutarco. Come ricompensa per il loro prezioso e coraggioso servizio, Mario concede la cittadinanza romana ai guerrieri nostrani alleati. Una gran parte del merito di questa vittoria romana è però attribuito a Lucio Cornelio Silla.

La definitiva sconfitta della popolazione ligure-gallica apre infine una parentesi di pace per questa zona. I romani, ormai sicuri di avere il pieno possesso del territorio, danno inizio a un’opera di colonizzazione, seguendo il loro suprematismo antropologico verso i popoli oppressi, disprezzati e considerati antecedenti inferiori. Fondano nuovi e strutturati centri abitati, tra cui Valentia, e costruiscono numerose strade allo scopo principale di permettere alle proprie truppe agevoli spostamenti, assicurando a loro i necessari approvvigionamenti. Disseminano lungo queste arterie un numero notevole di piccoli fortini, entro i quali è possibile procedere al cambio dei cavalli o sostare al riparo dalle intemperie. Fra questi avamposti, nella nostra zona, ci sono Pecetto di Valenza, Mugarone-Bassignana e Rivarone.

I romani  chiamano Pecetum Valentinum (Pecetto) il borgo collocato sul Bric Castellar, che domina due solchi collinari, la Valle delle Redini e Montariolo, che interrompono la catena delle colline del Po dominando la pianura lomellina, in questi tempi malsana e paludosa. I romani, carichi di boria e di presunzione, stroncano presto ogni resistenza dei pochi locali e applicheranno per tanti anni una politica atona e appiattita sui loro biechi interessi contingenti e particolari, per non dire peggio: tutti i popoli della storia hanno conquistato e oppresso.

Si può dire che la Pecetto vera e propria sia nata proprio come accampamento romano nel primo secolo a.C. Il Castrum Peceti, un abitato già preromano, tramite un percorso di cresta si ricollegava alla vicina strada della Serra, un’antichissima via di comunicazione tra i guadi del Po e quelli del Tanaro. Gli insediamenti romani della zona – una villa rustica, un edificio agricolo di minore dimensioni e un tempio – favoriscono una nuova viabilità non più basata sul vecchio percorso collinare.

Nelle vicinanze, alla confluenza del Tanaro col Po, c’è da tempo un borgo (Bassignana) posto su un terrazzo fluviale naturale che controlla la pianura circostante, un importante villaggio etrusco-padano, snodo commerciale e militare fluviale. La navigazione fluviale è la costante di tutta la protostoria di Valenza e Bassignana, rivoluzionata più tardi dalla rete stradale di età romana. Grazie alla navigazione, i rapporti commerciali pre-romani con l’Etruria hanno raggiunto il massimo nel VI-V secolo a.C., con l’asse Po-Tanaro come via privilegiata per gli scambi con i mercanti etruschi e per i contatti con l’ambito villanoviano-etrusco dell’Emilia occidentale. Nel II secolo a.C., con l’avvento dei romani, il borgo prende il nome di Villa Bassiniana, poi nella forma contratta Bassiniana, da ricondurre all’eponimo Bassinus, derivante inequivocabilmente dall’autorevole famiglia romana a cui fu attribuito il possesso del territorio, la gens Bassinia. Le società locali sono manipolate dall’ego ipertrofico di queste famiglie, condannate a recitare tutta la vita.

Di indubbia impronta romana a Bassignana sono i ritrovamenti di diverse iscrizioni, delle quali soltanto una, la stele di Sesto Emilio, figlio di un altro Sesto, appartenente alla VIII legione romana – costituita da Gaio Giulio Cesare nel 59 a.C. e attiva almeno fino all’inizio del V secolo – è scampata alla dispersione. Accanto a Bassignana sono presenti i servili villaggi di Rivarone e Mugarone (Mugaronium) con il suo importante fortino di sosta.

Il promontorio di Montecastello ha sempre avuto una notevole rilevanza su questo territorio perché domina l’ansa del Tanaro e offre un’ampia veduta della pianura. L’antico generico villaggio chiamato Villaro, con un percorso sinuoso e farraginoso, in epoca romana assume il nome di Pontianum dal patronimico Pontius di una autorevole famiglia latina insediatasi a Montecastello, ottenendo una supremazia zonale che pare un diritto divino. Pontius è un cognome derivato al prenomen osco Pontus o Pomptus.

Sempre presumibilmente (poiché diverse volte smentito) Valentia si evolve in un secondo tempo in foro (Forum Valentinus), che, oltre ad essere un luogo di mercato e d’amministrazione, è soprattutto un importante punto di ritrovo guarnito e una straordinaria occasione di crescita. Diventerà sicuramente una fortezza permanente (castrum), vale a dire un accampamento militare aperto difeso da un fossato (campo militare trincerato) messo a controllo del passaggio sul Po e sarà porzione di colonia militare. Queste ultime sono composte principalmente da veterani a cui è assegnato un lotto di terra da presidiare.

Solo nel 49 a.C. è varata una legge per l’estensione della cittadinanza romana agli abitanti della Gallia Cisalpina e, dopo il 43 a.C., molte sue città diventano municipi nella strutturazione politica romana. I nostri antenati si trovano quindi in una condizione di servilismo nuova che non sanno bene come affrontare. Il nostro territorio preso in possesso dai romani è trasformato in demanio e lasciato ai proprietari, che diventano fittavoli relativamente autonomi, ma una parte della terra della zona è assegnata ad alcuni veterani romani.

È il periodo in cui si sviluppa in modo consistente in tutta l’area la coltivazione della vite. Esistono due classi: patrizi (possidenti terrieri) e plebei (commercianti, artigiani, edili). Gli schiavi non sono considerati esseri umani, ma solo strumenti di lavoro al pari del vomere e delle vacche. È negli ultimi anni del I secolo a.C. che la nostra gente ottiene la cittadinanza romana e Valentia diventa un municipio, una condizione privilegiata che ridisegna la realtà, per poi crescere speditamente in numero di abitanti e considerazione.

La famiglia patriarcale costituisce il paradigma e il raggruppamento fondamentale di questa società, in cui migliora l’ordine e la giustizia. Nel 14 a.C., l’imperatore Augusto, di conquista in conquista, giunge alle Alpi. L’Italia è divisa in 11 regioni e in 25 tribù: Valentia, della tribù Pollia, è inserita nella IX Regio Liguria Augustea, a sud del Po, così come Pecetum Valentinum, Bassiniana e Pontianum.

Si è anche ipotizzato che vi fossero due municipia romani denominati Forum Fulvi quod Valentinum, uno a Villa del Foro (Alessandria) e uno a Valenza, come pure di una fondazione più precoce di Valentia legata alla colonia romana di Derthona intorno al 120 a.C.

Si ha ragione di ritenere che la popolazione del municipio valenzano romano fosse cospicua per i tempi. Infatti, solo per quanto riguarda l’apparato difensivo, la città può contare sull’apporto di circa mille soldati, divisi in compagnie di fanteria (opliti e compagnie scelte di veterani) e in due turme di cavalleria leggera d’assalto. Taluni narratori parlano perfino dell’esistenza a Valenza di un’arena, utilizzata principalmente per la formazione e l’addestramento di truppe scelte. Altri ascrivono la presenza di una compagnia dei terribili arcieri Frigi, impiegati solitamente per la loro fedeltà all’Impero nella scorta o nella protezione d’importanti personalità; non è del tutto vero, ma diventerà verosimile. Conseguentemente, l’apparato militare esige la presenza di consistenti strutture economiche, sia per l’approvvigionamento delle truppe sia come diretta conseguenza.

Nel mercato valenzano è perciò probabile che vi comparissero merci d’ogni tipo, incluse quelle superflue o voluttuarie, tanto amate dalle donne. È normale che tra le merci in commercio vi fossero anche gioielli e nulla ci vieta di pensare che tale fabbricazione fosse compiuta dalla popolazione valenzana. Alcuni prosatori latini hanno scritto che a Valenza arrivavano profumi e stoffe preziose dal lontano Oriente, ceduti sui mercati del porto di Genova sino a raggiungere questo punto di raccordo fra la via Fulvia e le strade che conducevano al nord, in direzione delle Alpi.

Influenzate dalla civiltà romana, le località vicine di Pecetto, Bassignana e Rivarone progrediscono nella pastorizia e nell’agricoltura, le principali occupazioni della popolazione. L’esistenza, poi, del vicino Forum Valentinus – connivente luogo di mercato, di amministrazione e di giustizia, punto di ricognizione delle vie militari e di riunione delle forze di polizia, ecc. – fa sviluppare tutto il commercio agricolo in questa città.

Sia Plinio che altri autori latini si sono più volte soffermati sulla zona valenzana, rubricando scrupolosamente i luoghi seguenti: Braja (campo vicino alla città), Cerretum (bosco di cerri), ad Urani (vicino al tempio del Dio Urano, forse sulla Colla di Valenza), ma sfortunatamente queste affermazioni, seppur preziose, sono mancanti d’ogni informazione topografica e, pertanto, difficili da comprendere. Nella Tabula alimentaria di Traiano (100 d.C.) sulle istruzioni alimentari e i prestiti da concedere, allo scopo di far fronte alla crisi della piccola proprietà agricola e alla stasi demografica, si parla del territorio Pago Valentino (V,80) e, fra i 32 pagi, compaiono i seguenti nomi: Aestinianum, Betunianum e Munatianum, forse Astiliano, Bedogno e Monasso. Il pago è un territorio che comprende più vici o villaggi e che possiede un proprio concilio Converticole e un Magister pagi. Paonum o Pavonium è l’antico pago di Pavone-Pietra Marazzi, denominato poi Locus Petra e Castrum Petra, forse un  oppidum cioè un luogo fortificato.

Le nostre popolazioni consumano soprattutto cereali macinati e bolliti, formaggi, uova, frutta, verdura e molti pesci. È accertata la presenza di una strada alla destra del Po, che collega la zona valenzana con Torino attraverso Auximianum (Occimiano), Vardacate (Casale), Pontestura e Industria, un’arteria basilare e mediana della rete stradale della Liguria Padana, costruita nel II secolo a.C. Non si conosce neppure il corso preciso della famosa via Fulvia di quest’epoca –costruita nel 124 a.C. dal proconsole Marco Fulvio Flacco, belligerante nella nostra regione – e si può presumere uno spostamento del suo tracciato nella seconda metà del I secolo d.C. in questa direzione. Infatti, Lazzarium (Villabella) è un luogo di riposo particolarmente suggestivo per le truppe romane di passaggio, un villaggio probabilmente sulla via militare che da Tortona (Julia Derthona) porta a Torino (Taurinorum).

Tratti della strada sono stati rinvenuti nei pressi della stazione ferroviaria di Valenza in zona Gropella verso Villabella; un’area ristretta in cui sono state ritrovate armi, macine, vasellame, tegoloni per sepolcreti e una tomba che confermano l’esistenza di una necropoli dei tempi antichi.

Da notare che Valentia ha acquistato sempre più valorizzazione per l’asse fluviale del Po a discapito degli antichi centri della via Fulvia. Impossibile stabilire le cause e il momento in cui si congiungono gli abitanti della Valenza ligure-romana con quelli dei piccoli borghi limitrofi. Probabilmente nei due nuclei collaterali di Gropella, dove esistono le prove di una necropoli romana, e Colombina si convogliano nel tempo alcuni altri piccoli agglomerati rurali preesistenti, i vici-villaggi di Astiliano, Bedogno, Monasso, delineando i nuovi confini del luogo con più precisione.

Sarcofago romano conservato nel parco di Villa Gropella a Valenza.

Un sarcofago romano riconducibile al II secolo d.C. è conservato nel parco di villa Gropella. La scritta che compare si può tradurre in “a Lucio Calusio Marco, Tribuno della prima Coorte Flavia, Seconia Vera al figlio carissimo”.

Oggetto di riflessione è una lapide funeraria romana murata nel Duomo di Valenza che nel passato aveva tollerato di localizzare in Valenza il centro di Forum Fulvii quod Valentinum citato da Plinio. La lastra è dedicata dal figlio al padre, veterano della legione IX Hispaniensis, e alla madre; alla famiglia è stata attribuita l’iscrizione alla tribù Pollia, ma sulla lastra si legge con difficoltà anche la menzione della tribù Pomptina, la stessa a cui appartenevano i residenti di Dertona.

Lapide romana nel Duomo di Valenza

La porzione abitativa della Valenza romana appare come un insieme d’edificazioni in muratura, innalzate dai romani dopo la loro affermazione sui liguri, e in materiali più semplici come il legno, l’argilla, ecc. Le prime accolgono i conquistatori e i trafficanti arricchiti, le seconde sono generalmente l’umile dimora degli abitanti originari.

Regna l’ordine, la vita economica e sociale fanno progressi, si bonifica il territorio, si riduce il terreno incolto e si costruiscono strade e canali d’irrigazione. L’agricoltura è l’attività più rilevante. Produzioni agricole in quantità singolare sono quelle dell’orzo e del miglio. Il numero di foreste e la quantità di ghiande sono assai propizie all’allevamento di suini. La fertilità della nostra zona è stata più volte citata nelle fonti storiche: già nel II secolo a.C., infatti, Polibio affermava che la produzione di vini e di grano era così abbondante, che i prezzi di questi generi erano qui inferiori a quelli praticati altrove.

Si può senz’altro affermare che, dal I secolo d.C., sussista in questa zona una vera romanizzazione organica. Questo luogo viene solo marginalmente interessato dalle guerre civili che si hanno alla morte di Nerone. Agli inizi del II secolo d.C., l’imperatore Adriano nomina prefetto-questore della zona Tito Antonino Pio, per alcuni il vero promotore della Valenza romana, da cui il bricco Antonino.

Di fatto, tutto ciò che è romano è ormai penetrato tra la popolazione della zona. Una parte della lingua latina è arrangiata sulla forma del parlare. Il dialetto locale inizia a sagomarsi come lingua neolatina, mentre il vero latino rimane un idioma per pochi. Valentia o Forum Valentinus è mai indicata come oppidum, ovvero come città murata; che non fosse provvista di mura è comprensibile dato il suo momento d’espansione.

In un clima d’incertezza, di disgregazione dei valori tradizionali, e in contrapposizione alla lussuria e tracotanza dell’élite romana, anche da queste parti si afferma ormai una minoranza “turbolenta”: quella dei cristiani, considerati per lo più dei sovversivi, per il loro rifiuto di adorare l’Imperatore. Sarà un dissidio esplosivo. Secondo una certa fonte agiografica, ma con qualche perplessità, Siro (San Siro?) è alquanto presente nella divulgazione della fede in tutta la nostra zona fra gli anni 50-70 d.C.

L’esistenza di una chiesa nel territorio di Pecetto, che risale ai primi secoli dopo Cristo, ha segnato il toponimo di San Siro-Cascine Vecchie, luogo del presunto centro primitivo post-romano, confermato anche dal ritrovamento di sepolture in laterizio di recupero da precedenti strutture romane, raggruppate in necropoli e disposte secondo uno schema ben preciso.

Dopo il II secolo d.C., l’Impero Romano perde sovranità, ormai sostiene ininterrottamente una pressione ai confini con uno sforzo e un costo immane e le sue finanze sono in sfacelo: si è impoverito, soprattutto in Italia, e non regge più la concorrenza delle province, dove si diffondono disordini, guerre, briganti e pirati. Del resto, quando un grande sistema si rompe il passaggio dalla forza selvaggia è inevitabile. Nella seconda parte del Duecento si sono già affacciati da queste parti gli Iutungi, gli Alemanni, gli Svevi, i Marcomanni e nulla lascia presagire alcunché di buono. Sono i segni premonitori di una clamorosa resa e di un inevitabile destino.

Queste invasioni, condotte inizialmente per finalità di saccheggio e bottino da gruppi armati appartenenti a popolazioni che gravitavano lungo le nostre frontiere settentrionali, si trasformano da semplici assalti in vere e proprie migrazioni d’intere popolazioni, che da nomadi divengono sedentarie una volta conquistato un territorio imperiale. Incombe una gravissima crisi economica e demografica in tutta la zona valenzana, sempre più fragile e declinante in ogni aspetto. È anche un periodo di epidemie che spopolano le nostre campagne, sempre più povere.

Nel 370, Valentiniano I manda i vinti prigionieri alemanni a coltivare queste terre cadute in rovina e con scarsa prole (il piano di Bassignana), un terremoto sociale che produrrà molte contraddizioni con una spirale di reazioni e, al contempo, desideri di vendetta in questa sorta di schiavi che si spaccano la schiena nei campi.

Eppure, all’epoca di Valentiniano III imperatore d’Occidente (425-455 d.C.) e dell’invasione di Attila, con la fine contigua dell’impero occidentale, Valentia e dintorni è ancora in uno dei presidi romani dell’Italia mediterranea, protetti dalle legioni dei sarmati, quasi ripiegati all’interno di mura diroccate. Lingue diverse, storie tradizioni, costumi e mentalità dissimili, conciliabili se non con la forza.

Passo dopo passo, tra guerre civili, discordie interne e le occupazioni barbare intrise di lacrime e sangue, è un crepuscolo terribile quello che accompagna l’ormai inevitabile fine di quest’era, con il disfacimento del sistema istituzionale esistente; i principi fondativi romani non abitano più qui, sarà una guerra fra sempre più poveri. Alla distruzione fisica di Valentia e della sua zona, che agonizza nella maniera peggiore, si accompagnerà per lungo tempo anche l’oblio.

È sempre poco corretto e presuntuoso estendere l’etica del presente al passato.

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