Italia tra Iran e Israele: storia di un complicato equilibrismo
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9 Marzo 2026
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Italia tra Iran e Israele: storia di un complicato equilibrismo

Dal trattato del 1862 con Teheran ai gasdotti con Tel Aviv: una trama storica e industriale che non si traduce in influenza

L’instabilità è ormai il tratto distintivo del Medio Oriente. Negli ultimi anni la rivalità tra Israele e Iran si è riacutizzata in modo dirompente, investendo l’intero Levante.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha innescato una reazione israeliana brutale che, se da un lato ha ridimensionato la proiezione iraniana colpendo duramente i suoi proxies, da Hamas a Hezbollah, dall’altro ha aggravato l’instabilità dal Sinai fino al confine turco-siriano. A questo quadro vanno aggiunti il crollo del regime siriano, l’ulteriore avanzata israeliana nel Golan e il permanere di scontri nel Sud della Siria. Ma la crisi regionale non si esaurisce nella Terra Santa: gli Houthi continuano a minacciare il traffico nel mar Rosso, la tensione tra Pakistan e Afghanistan cresce e l’Iran, colpito nei propri strumenti di influenza e nel programma nucleare, affronta forti tensioni interne. In un quadro compromesso, anche l’attacco israeliano a Doha rischia di rendere più difficile la normalizzazione tra Tel Aviv e le monarchie del Golfo.

Per l’Italia un Medio Oriente instabile rappresenta una questione strategica di prima grandezza. Il nostro approvvigionamento energetico e il libero accesso all’oceano Indiano dipendono anche dagli equilibri di quest’area. Eppure Roma dispone di margini d’azione molto ridotti, nonostante relazioni diplomatiche, culturali ed economiche di lungo periodo sia con Israele sia con l’Iran. Oltre al piano umanitario, segnato da una violenza inflitta ai palestinesi ormai insostenibile, la rivalità tra Stato ebraico e repubblica islamica danneggia direttamente il nostro Paese perché surriscalda una regione di interesse vitale e rende più difficile la nostra proiezione diplomatica e commerciale.

I rapporti tra Italia e Iran affondano in una storia lunghissima. Dall’età romana alle missioni mercantili medievali, fino al trattato di amicizia e commercio del 1862, primo accordo internazionale del Regno d’Italia, Roma ha mantenuto un rapporto aperto con la Persia. Nel secondo dopoguerra questa linea trovò un simbolo nell’ENI di Mattei, che rifiutò la disciplina delle Sette Sorelle e cercò un’intesa diretta con Teheran. Le imprese italiane parteciparono così allo sviluppo industriale e infrastrutturale iraniano, come nel caso del porto di Bandar Abbas. Nemmeno la rivoluzione islamica interruppe del tutto i rapporti. Il 2015 sembrò aprire una nuova fase, ma il ritorno delle sanzioni deciso da Trump nel 2018 bloccò quel possibile rilancio. Oggi l’interscambio resta modesto e gli investimenti diretti sono ridotti.

Anche i rapporti tra Italia e Israele sono solidi e si sono rafforzati nel tempo attraverso commercio, difesa, energia e innovazione. Fin dagli anni Sessanta la cooperazione industriale nel settore militare è stata significativa. In seguito si sono consolidati l’interscambio economico, la collaborazione nel campo della cybersicurezza e i legami tra grandi gruppi italiani e realtà israeliane. Leonardo ha sviluppato accordi strategici su cybersecurity, tecnologie quantistiche e sistemi autonomi; Enel e Snam hanno rafforzato la cooperazione su innovazione energetica, rinnovabili, idrogeno e infrastrutture del gas nel Mediterraneo orientale. Tuttavia questa solidità non diventa leva negoziale.

L’Italia appare così diplomaticamente inerte. Pur avendo ospitato i negoziati indiretti tra Iran e Stati Uniti, non ha inciso realmente. Il problema è che Roma è esposta simultaneamente verso Israele, Iran e monarchie del Golfo, mentre non può permettersi uno scontro con Washington, dato il peso del mercato statunitense per il nostro export e per gli investimenti. Intanto il Medio Oriente resta cruciale per la nostra sicurezza energetica: una quota rilevante di petrolio e GNL passa da Suez e il Golfo continua a influenzare i prezzi globali degli idrocarburi. Se gli attacchi nel mar Rosso dovessero protrarsi o se Hormuz venisse chiuso anche temporaneamente, l’Italia subirebbe conseguenze economiche pesantissime, dirette e indirette.

 

Enrico Arcangelo Stanziale

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Enrico Arcangelo Stanziale: è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e ha frequentato il corso di geopolitica e governo “Le chiavi del mondo” della Scuola di Limes. Cofondatore di Itineraria A.I., appassionato da sempre di storia e geopolitica, è consulente storico e analista, con un interesse trasversale per i grandi mutamenti politici, economici e culturali che plasmano il mondo contemporaneo. Attraverso itinerariaonline.it condivide riflessioni, analisi e approfondimenti pensati per offrire strumenti di comprensione critica della realtà internazionale.

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