Se la trebbiatura col trattore è una metafora del tempo che viviamo
Un'attività antica con un valore importante
CASSINELLE – Viviamo in un periodo che piacerebbe ai futuristi! Marinetti inneggiava tanto la velocità, la macchina, la violenza. Tutti protagonisti dell’attualissima situazione mondiale, nella quale ci siamo ritrovati traghettati da opache e non lungimiranti visioni del futuro. Modernità liquida, società fluida, lavoro flessibile e precario, rincorriamo il cambiamento, qualunque esso sia. Senza più avere certezze che un tempo sembravano incrollabili ed eterne. Siamo stravolti da un telefonino sul quale schermo passiamo più tempo di quello che vorremmo concedergli, rapiti da video stupidi o idioti, sono in dubbio su quale aggettivo sia più indicato. Accalappiati da un algoritmo, e sotto scacco dalla dopamina di un like.
Pensiamo che fare un post, su qualunque tema irrisorio, sia necessario per sentirci vivi e partecipi di una società che comunque in cuor nostro sappiamo, se ne fotta, giustamente, delle nostre vacanze e delle nostre elaborate colazioni. E tanto più delle nostre idee “rivoluzionarie” e frasi fatte. Tutto questo è distrattivo e consuma energie mentali e tempo prezioso. Distrattivo da che e da chi? Semplicemente dal respirare, dal vivere sereno, dallo strafottersene dall’appartenenza ad un sistema che troppo chiede e troppe cose inutili da in cambio. In piemontese si definisce una muscito, come qualcosa che non è essenziale, una voglia temporanea, di un oggetto senza valore, un broncio senza senso, un capriccio inutile.
Beh, ecco che qui arriva Mauro id Filippein. Al secolo Mauro Sartore, ex fruttivendolo, attualmente in pensione, ma a scapito delle vacanze con sua moglie. Ancora dedito alla movimentazione terra, scasso, trinciatura, gestione di scogliere in pietra, coltivazione campi, confratello nella confraternita di San Giovanni Battista di Cassinelle. E grande appassionato e collezionista di trattori d’epoca soprattutto con motori a testa calda. E chi più ne ha più ne metta. Un uomo con un telefonino analogico e lo stesso numero da più di 30 anni. Mauro non posta, non segue, non si inventa un nuovo feed ogni giorno, per fare una story, aumentare i suoi liker taggando nuovi follower. Ti invita venendo a casa tua con il trattore. Di certo un uomo privo di muscito.
Meccanica ed empatia
Mauro innanzi tutto è un entusiasta ed un curioso. Poi è un meccanico! Può indicarti con precisione le caratteristiche del cambio di un cingolo Fiat 455 del 1976, il diametro del pistone del motore di un trattore Argo della Orsi. E anche la capacità di volume di imballaggio orario di una imballatrice Ama per balle rettangolari. Uno dei pezzi forti è una trebbiatrice dei primi del ‘900, sempre della ditta Orsi Pietro e Figlio di Tortona, che accarezza quasi più teneramente che le sue due nipotine. Mauro è forse un nostalgico, ma è anche un uomo pratico e se volete lungimirante. Nel suo lavoro “normale” utilizza mezzi moderni, con aria condizionata, riduttori di rumore, impianti digitali. E magari forse un giorno arriverà anche al controllo da remoto per trinciare un campo noiosamente rettangolare. Ma nel suo tempo libero si dedica a tutti altri mezzi. Conosce bene il valore di un attrezzo agricolo che ha più di 70 anni e continua a lavorare benissimo.
Nel periodo della rivoluzione industriale le frasi “Made to last”, ovvero fatto per durare. Oppure più tardi “Built to last”, costruito per durare, venivano comunemente usate per sottolineare la longevità di alcuni prodotti. Costruiti a regola d’arte con materiale durevole e di prima qualità. Beh Mauro le ha presa alla lettera e si è circondato di mezzi talmente robusti che sono tutt’ora in grado di portare a termine in maniera eccellente in lavoro per il quale sono stati costruiti. E, nel caso di rottura, riescono ad essere riparati a dovere senza nessuna perdita dell’efficienza lavorativa. Mi piace pensare che l’economista francese Serge Latouche si sia ispirato a gente come lui, nello scrivere dell’obsolescenza programmata della società dei consumi. E di come persone come mauro combattano questa maniera distruttiva di considerare il mercato moderno, anche solo con una saldatura ben fatta, ad un mezzo che è stato destinato precocemente al pensionamento dal consumismo.
Quella volta l’anno
Una volta all’anno è in grado di riunire nei suoi terreni un manipolo di appassionati come lui. Coltivatori di grani misti, ad alto, medio e basso fusto, alcuni antichi, alcuni selezionati dal Salvatore Ceccarelli, miscugli evolutivi, di una rusticità pazzesca. Frumenti ibridi di qualità organolettica superiore rispetto agli ibridi moderni. Indubbiamente a basse rese per ettaro, ma con necessità di concimazioni minime e grazie al miscuglio di 10-15 varietà in grado di bilanciare la produzione in base alle condizioni climatiche che possono risultare sempre più avverse. Semine manuali, fitte per limitare l’allettamento. Gente che vuole mettere a frutto i propri terreni e non si accontenta di tenerli costosamente “puliti” con un’inutile trinciatura annuale. Gente che crede nell’autosufficienza, in una qualità alimentare fatta di concimazione con sterco di vacca, nella non necessità di utilizzare fitofarmaci, diserbanti o concimi chimici che rimarrebbero residuali sia nei terreni che nel prodotto finale. Persone che credono che non si possa solo prendere dalla natura, ma che l’agricoltore ha anche la responsabilità di mantenere la biodiversità e nei sui limiti favorirla. Gente che forse ha un occhio alla “tradizione” ma non ci si butta a capofitto solo per mantenere un legame con il passato. È cosciente che quello stesso passato fosse fatto di vera condivisione e vera qualità alimentare. Queste farine hanno un buon profumo e fanno venire voglia di cucinare.
La signora di Terio porta il pane fatto con il grano dell’anno precedente, l’amico di Palo porta la pancetta e la testa in cassetta fatta con i maiali sotto i quali le balle di paglia andranno a fare da lettiera, il neurologo porta il vino proveniente dai filari che sovrastano e abbracciano il suo ½ ettaro a grano tenero. Mauro sistema il treno per attivare la trebbiatura, accende l’Argo scaldando la calotta con un piccolo fuoco prima dell’avviamento, gira la manovella, aumenta i giri, sistema di picchetti per assicurare il mezzo, connette la lunga cinghia di distribuzione con mezzo giro alla trebbiatrice. Mirko di Molare sistema l’imballatrice e Gianni della Ca’ Rossa controlla la tensione dei fili di imballo, Claudio sale sul carro vuoto a sistemare con maestria le balle che gli passerò, i ragazzi giovanissimi, Francesco di cascina Bolfo, e Mauro di Marciazzetta, con i forconi a tre punte passano i covoni sul piano terrazzato della Orsi, il signore Diego, direttamente dal Museo della Ruggine di Tagliolo, li getta nell’antro di quest’enorme costrutto, e la trebbiatrice fa il suo, restituendo da una fessura nel ventre, i chicchi perfettamente puliti, facendoli cadere in un sacco di juta previamente utilizzato per il caffè.
Rumore di ferraglie
C’è un certo rumore di ferraglie in movimento, un polverone di resti di pula che avvolge tutti quanti, Mauro sembra il diavolo rosso, con la testa e le sopracciglia piene di polvere, la canotta di cotone blue, le spalle più abbronzate di un ascaro eritreo. Si affianca a tutti, per tutti ha una parola, con tutti fa due chiacchiere, si assicura che il lavoro sia fluido, e che tutti abbiano bevuto un bicchiere di acqua fresca, di vino, assaggiato il pane, degustato la pancetta. Si ci ferma per pranzo. Sotto l’ombra dei pioppi è stata sistemata una lunga tavolata. È un momento di unione, di “restituzione” del duro lavoro, di condivisone di nuovi progetti, di calore umano, di ringraziamento, di ammirazione per una energia entusiasta di sana voglia di fare.
Non è cieca passione a quello che è stato e mai ritornerà, non è estrema difesa da una tradizione che si è coscienti fosse faticosissima e tuttavia necessaria al sostentamento delle famiglie e della comunità. L’uso del termine tradizione non vuole essere fuorviante nel considerarla un blocco di pietra immobile nel tempo, ma è da interpretare come un passaggio di consegne, come passare un testimone, di certo una memoria, ma che fa parte di un processo vivo che cambia e si adatta alla storia. Non vuole essere una banalizzazione trasformata in folklore contadino, né tantomeno un richiamo allo stile vagamente vannacciano di difesa delle tradizioni come identità nazionale. È cosciente consapevolezza del valore di scelte di non consumismo, di proprio utilizzo delle risorse, di mantenimento di oggetti vecchi ma ancora funzionali e servizievoli all’uso, di scelte di coltura meno impattanti sui suoli, meno aggressive con l’ambiente. Di scambio di tempo, unico e non ritornabile, e di condivisione di conoscenze altrettanto preziose. Coltivare e il grano e fare della farina sarà sempre utile, e che buono quel pane. Grazie Mauro, e grazie a tutti i tuoi amici.