Tortona: «Ho paura», perseguitata per oltre due anni. L’incubo di una ventenne
Messaggi ossessivi, pedinamenti e appostamenti per oltre due anni, fino all’agguato nel parcheggio dopo il lavoro. L’incubo di una giovane tortonese e della sua famiglia. Ora per l’uomo è scattato il divieto di avvicinamento, con controllo tramite braccialetto elettronico.
TORTONA – «Adesso ho paura». Tre parole soffocate in gola, pesanti come macigni. Tre parole che strappano via il respiro e cancellano in un istante la leggerezza dei vent’anni. Quell’età fragile e luminosa che dovrebbe conoscere solo progetti, risate passeggiando sotto i portici della via Emilia a Tortona e la scoperta del primo lavoro, si è trasformata per Chiara – useremo un nome di fantasia per proteggerne l’identità – in una prigione invisibile.
Il veleno attraverso lo schermo del computer
Tutto prende forma circa trenta mesi fa, quando Chiara è ancora minorenne. Il veleno filtra attraverso lo schermo di un computer: la madre apre una mail inaspettata, zeppa di accuse surreali, che la descrive come un ostacolo crudele all’amore tra la figlia e un presunto spasimante. Messa di fronte a quelle righe febbrili, Chiara cade dalle nuvole: non confessa nulla semplicemente perché non esiste nulla da confessare. Eppure quell’uomo non si ferma. Le comunicazioni aumentano di frequenza, diventano velenose, rabbiose. Dipingono la madre come una carceriera che impedisce alla ragazza di scegliere con chi stare, fino al delirio di insinuare un matrimonio combinato con qualche figura potente e facoltosa della zona. Chiara trema, ripete tra le lacrime la sua innocenza. La madre, conoscendo l’indole riservata e la timidezza profonda della figlia, le stringe la mano e le crede. Ma quel fiume di fango continua a scorrere inesorabile.
La trappola dei messaggi e una follia gentile
L’ombra acquista un volto quando l’uomo commette un passo falso e lascia trapelare il proprio numero telefonico. Non è un coetaneo, né un conoscente: si tratta di un cinquantenne del territorio, un perfetto sconosciuto che Chiara non ha mai incrociato consapevolmente. Nemmeno la ferma e doverosa reazione protettiva della madre basta ad allontanarlo. L’uomo scova il profilo social della ragazza e comincia un assedio sistematico. Chiara cerca di difendersi con l’unica arma a disposizione: gli intima con fermezza di non cercarla più, chiarendo di non voler alcun contatto, e poi si rifugia nel mutismo, sperando che il disinteresse spenga l’ossessione. Accade il contrario. La chat si riempie giorno dopo giorno di messaggi scritti e lunghi audio. Il tono che esce dall’altoparlante è la cosa che inquieta di più: una calma zuccherosa, un garbo apparente, parole sommesse che però descrivono una favola morbosa esistente solo nella sua mente malata.
“Mi sento osservata ovunque”
La scoperta dell’identità dell’uomo fa crollare ogni residuo di serenità. Chiara capisce ben presto che quella presenza non abita solo dentro il telefono: si trova per strada, dietro gli angoli, alle sue spalle. Nei messaggi successivi l’uomo elenca dettagli spaventosi: come veste, chi incontra, che strada percorre. La controlla costantemente. Anche quando lei cammina da sola, sa che due occhi la stanno fissando dal buio. Un aperitivo con le amiche diventa una tortura: ogni sagoma intravista con la coda dell’occhio fa accelerare i battiti cardiaci, ogni risata improvvisa le muore in gola. La famiglia presenta esposti e denunce alle forze dell’ordine, bussando a ogni porta. Ma la burocrazia procede a passo lento di fronte a chi non ha ancora commesso un gesto formalmente irreparabile, mentre il sesto senso di una madre grida che dietro quella follia travestita da sentimento romantico cova una minaccia autentica.
L’agguato nel parcheggio a Tortona e il crollo dell’illusione
L’illusione di sicurezza va in frantumi la scorsa settimana. Chiara ha trovato un impiego a Tortona, un piccolo traguardo per costruire la propria indipendenza, ma l’uomo si materializza anche lì. Resta a lungo nei paraggi, la fissa da lontano, toglie l’aria persino all’ambiente di lavoro. Alcune colleghe non afferrano fino in fondo il peso straziante di un logorio psicologico che dura da oltre due anni e provano a minimizzare, parlando di un corteggiamento stravagante. Chiara invece sente il pericolo montare ora dopo ora.
All’uscita dal turno, la ragazza si avvia verso la sua bicicletta per rientrare a casa, ma nel parcheggio l’uomo le sbarra la strada con fare aggressivo. Soltanto la presenza dell’ex compagno della madre scongiura il peggio: l’uomo si getta in mezzo per fare scudo col proprio corpo, riceve uno spintone violento e stramazza sull’asfalto insieme alla bici, ma si rialza e blocca fisicamente l’aggressore prima che possa allungare le mani su Chiara. Pochi minuti dopo giungono gli addetti alla sicurezza, seguiti dalle pattuglie dei Carabinieri e della Polizia Municipale.
Il grido d’aiuto a Tortona ascoltato prima del punto di non ritorno
Non ci sono ferite da arma da fuoco in questa vicenda, ma una pressione costante che ha minato la serenità e la vita di una ragazza.
Eppure la cronaca quotidiana ci ricorda con spietata frequenza che i drammi più atroci nascono esattamente da qui: da un’angoscia derubricata a fastidio, da una serie di allarmi inascoltati, da un molestatore che si sente libero di avanzare passo dopo passo. Servono risposte rapide e concrete da parte di magistratura, servizi sociali e istituzioni di Tortona, capaci di erigere una barriera solida prima di dover contare i danni o piangere una tragedia annunciata.
Un primo passo è stato compiuto proprio nel lasso di tempo fra la raccolta delle informazioni. Per l’uomo, proprio in questi giorni, è arrivato il provvedimento: un divieto di avvicinamento stabilito da un giudice con modalità di controllo a distanza tramite braccialetto elettronico che nega al molestatore di sostare nei pressi dei luoghi frequentati da Chiara.
Qualcuno ha ascoltato il grido strozzato di una ragazza che chiede soltanto di riprendersi la propria giovinezza e camminare per strada senza tremare e merita di trovare subito ascolto e protezione.