Kayode dal silenzio del «Coppi» all’urlo azzurro
Sport
Marco Gotta   
29 Settembre 2026
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Calcio - Dilettanti

Kayode dal silenzio del «Coppi» all’urlo azzurro

Ieri la prima rete con l'Italia, anni fa lo splendido gol al Derthona nel campionato dei tamponi. Il cerchio perfetto del predestinato

TORTONA – Ci sono traiettorie balistiche che sembrano contenere, in una frazione di secondo, intere vite e chilometri di sudore. Quando Michael Kayode ieri sera ha visto il pallone gonfiare la rete, regalando la sua prima gioia personale con la maglia della Nazionale maggiore, il boato dello spicchio di stadio dove erano stipati i tifosi azzurri ha fatto tremare le tribune. Eppure, per chi quel ragazzo lo ha visto sbocciare da vicino, in mezzo al frastuono è risuonata nitida un’eco completamente diversa: il rumore sordo dei tacchetti sul fango e le voci isolate dei compagni che rimbalzavano nel vuoto surreale del «Fausto Coppi» di Tortona.

Un’eco antica nel fragore dello stadio

Bisogna tornare indietro alla stagione 2020-2021, ai mesi più bui della pandemia di Coronavirus. Il calcio dei dilettanti e della Serie D viveva sospeso tra tamponi settimanali, calendari stravolti, spogliatoi contingentati e spalti desolatamente chiusi al pubblico. Una domenica grigia di quel campionato di trincea, a Tortona arrivava il Gozzano schiacciasassi, destinato a vincere il girone. E sulla fascia destra dei novaresi galoppava un sedicenne dai muscoli elastici e dalla falcata incontenibile, con una maturità tattica che stonava del tutto con la sua carta d’identità.

Quel lampo solitario di Kayode nel vuoto del «Coppi»

Quel pomeriggio al «Coppi», Kayode firmò il raddoppio a tempo quasi scaduto, ma fu un gol da togliere il fiato al Derthona. Una progressione rabbiosa, un controllo orientato a velocità supersonica e una stoccata imparabile che ammutolì una tribuna già vuota, costringendo persino gli addetti ai lavori presenti a guardarsi increduli: chi era quel ragazzino che sembrava giocare a una frequenza sconosciuta per la categoria? In quella marcatura c’era già tutto il repertorio che l’Europa avrebbe imparato a conoscere: potenza atletica debordante, sfrontatezza, precisione e una fame feroce di arrivare in cima.

Kayode Nazionale

Non c’erano le televisioni collegate in mondovisione, non c’erano gli smartphone a rendere virale ogni giocata, né gli applausi calorosi della folla. C’era soltanto la purezza di un talento cristallino che si forgiava nell’inverno tortonese, nel contesto più difficile e solitario che il calcio moderno ricordi. Quella Serie D affrontata a testa alta, con la tenacia di chi sa di dover scalare la montagna partendo dal sentiero più ripido e sconnesso, è stata la vera culla del campione.

Il trionfo azzurro e il valore delle radici

Il gol firmato ieri sera con l’Italia chiude idealmente un cerchio perfetto. Dalla maglia rossoblu del Gozzano su un rettangolo di periferia piemontese all’azzurro scintillante della Nazionale, il passo sembra lunghissimo nel tempo ma istantaneo nel cuore. Il gesto tecnico di ieri conserva esattamente la stessa grinta, la medesima ferocia agonistica e quella purezza d’animo che già risplendevano nel silenzio del «Coppi».

Tortona, testimone discreta dei suoi primi passi nel calcio che conta, osserva oggi la sua ascesa con un pizzico di commozione e tanto orgoglio. La parabola di Michael Kayode dimostra che non esistono palcoscenici minori quando si possiede il fuoco sacro della determinazione. Anche dal freddo e dall’isolamento di una stagione segnata dalle paure globali può nascere una stella capace di accendere l’entusiasmo di un intero Paese.

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