Martedì 22 Settembre 2020

Recensione

"Favolacce": il cuore nero di una provincia disperata

Non c’è comunicazione tra i nuclei familiari protagonisti e all’interno degli stessi, soprattutto tra genitori e figli; così come non c’è possibilità di redenzione, perché il senso di colpa è atavico e il progredire della storia azzerato...

"Favolacce": il cuore nero di una provincia disperata

CINEMA - Ognuno è un cantastoria/Tante facce nella memoria/Tanto di tutto tanto di niente/Le parole di tanta gente (Gabriella Ferri, Sempre)

La periferia romana, punto nevralgico di raccolta dei destini individuali e collettivi, delle “parole di tanta gente”, come ha raccontato Gabriella Ferri in un celebre e malinconico stornello dei primi anni Settanta, ma non quella assolata e fitta di casupole, miseria e accattoni. La provincia laziale dei fratelli D’Innocenzo, paradigma di ogni altro spazio marginale e frammentato, non assomiglia affatto a quella dei romanzi e dei film pasoliniani sul crinale degli anni Sessanta, da Una vita violenta e Ragazzi di vita a Accattone e Mamma Roma.

Qui - a differenza di La terra dell’abbastanza, film d’esordio dei D’Innocenzo, premiato nel 2018 con diversi Nastri d’Argento, tra cui quello per i migliori registi esordienti e la miglior opera prima - l’emarginazione, la povertà materiale e intellettuale, l’essere “brutti sporchi e cattivi” vengono tenacemente occultati sotto la patina di un’estetica piccolo-borghese costellata di lussuose villette con giardino e grossolane ostentazioni di un benessere pacchiano e volgare, da parvenu.

«Rispetto alla periferia romana de La terra dell’abbastanza, qui volevamo che il paesaggio non fosse subito riconoscibile», spiegano i due registi in occasione dell’uscita in digitale del loro film, lo scorso maggio. Si capisce che siamo nei dintorni di Roma ma tutte quelle case ordinate, quella simmetria lo rendono un luogo apparentemente inoffensivo, igienico. Un luogo in cui quando chiudi la porta rimane un covo dove alimentare malessere. Noi siamo sia i bambini del film che gli adulti. Non ci tiriamo indietro e non giudichiamo nessuno, sarebbe stato immorale. O prendi tutto il pacchetto completo o non entri nella storia, amandola o odiandola rispetto all’ammettere o meno di essere quegli sbagli, merda e poesia».

Non c’è comunicazione tra i nuclei familiari protagonisti di Favolacce e all’interno degli stessi, soprattutto tra genitori e figli; così come non c’è possibilità di redenzione, perché il senso di colpa è atavico e il progredire della storia azzerato. Tutto fa parte di un copione, di un paradigma già esplorato e scritto: una pagina di diario che si può solo decidere di far sopravvivere e tramandare (come racconta la voce fuori campo del narratore Max Tortora, a partire dalle memorie ritrovate di una sconosciuta bambina), senza mutamento alcuno.

Dentro il cuore nero e la quotidiana disperazione, stupida e assurda, della varia umanità che popola il tessuto suburbano di Roma e di ogni altra parte del mondo, i bambini e gli adolescenti sono ritratti come pesci che girano in tondo dentro un acquario (a cui fanno riferimento le frequenti riprese ravvicinate in e sott’acqua, al mare e durante i cacofonici o - all’opposto - silenziosi festini famigliari), vittime senza colpa di un mondo adulto smembrato, feroce e violento, catatonico, in perenne asfissia di emozioni e sentimenti.

Una gioventù bruciata prima di avere l’occasione di maturare e sperimentare il mondo al di là dell’orizzonte delle case signorili entro cui si consuma la tragedia dell’incomunicabilità e dell’ignoranza, spinta brutalmente a progettare l’allontanamento dalla vita quale extrema ratio (vedi il personaggio del prof. Bernardini, a cui presta il volto Lino Musella).

In questo senso, risultano emblematiche le figure di Dennis (Tommaso Di Cola) e di sua sorella Alessia (Giulietta Rebeggiani), di Geremia (Justin Korovkin) e Viola (Giulia Melillo), interpretati da giovanissimi ma già sensibili attori; oltre a Vilma (Ileana D’Ambra), una “girl interrupted” in attesa di una bambina, un po’ sbracata, con qualche affinità con il personaggio di Italia del film Non ti muovere di Sergio Castellitto (2004).

Dall’altra parte della barricata ci sono le madri, affettuose, a tratti distaccate e assenti: e i padri come Pietro (Max Malatesta) e Amelio (Gabriel Montesi), ex ragazzi di borgata alle prese con paternità irrisolte o troppo istintive, ambigue; alla peggio come Bruno (un Elio Germano che continua a riconfermarsi attore di rango), vittima a sua volta della propria rabbia e insoddisfazione. Tutti assomigliano a topolini ciechi costretti nella distanza di un campo lungo, figurine di cartapesta terribilmente artefatte, sofferenti per il carico di dolore del mondo senza averne piena coscienza.

Realistico e - nel contempo - astratto, amaro e privo di speranza, «Favolacce tocca argomenti di cui si parla da sempre. La cronaca ma anche la storia vengono archiviate mentre il simbolo resta. […] Favolacce è un film archetipico», concludono i D’Innocenzo.

Laureato con cinque Nastri d’argento e un Orso d’argento a Berlino per la miglior sceneggiatura, Favolacce è fruibile in streaming sulle principali piattaforme digitali.

Favolacce
Regia: Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo
Origine: Italia, 2020, 98'
Sceneggiatura: Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo

Cast: Elio Germano, Laura Borgioli, Barbara Chichiarelli, Tommaso Di Cola, Justin Korovkin, Max Malatesta, Giulia Melilio, Gabriel Montesi, Giulietta Rebeggiani, Lino Musella

Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Esmeralda Calabria
Produzione: Pepito produzioni
Distribuzione: Vision

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